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Lo stato dell'arte

Le parole della sostenibilità

Le parole della sostenibilità

di Simona Magioncalda

Nella civiltà odierna il modo stesso di comunicare ha subito una mutazione, nell’era di Internet e delle chats, la comunicazione avviene con video, immagini e soprattutto con frasi sempre più sintetiche ed essenziali. Pertanto, anche la divulgazione di istanze e tematiche legate alla sostenibilità, per raggiungere ed informare un numero maggiore di persone, deve seguire gli stessi dettami ed essere quanto mai concisa ed immediata. Questa sorta di condensazione di frasi, ma non di concetti e di idee, deve avvenire mantenendo un’ efficienza nel contenuto inviato.

Diventa quindi indispensabile, in un messaggio che deve essere stringato ma chiaro, l’utilizzo di vocaboli e parole il cui significato sia più che mai condiviso e compreso. L’accuratezza nella scelta ed utilizzo di idonee parole è un’esigenza molto sentita che si percepisce dall’ampio numero di dizionari e glossario specializzati che, con sempre maggior frequenza, sono pubblicati.

In Internet sono rintracciabili molti link dedicati ai vari “glossari dell’ambiente”, “glossari della sostenibilità”, “eco-glossari”, etc. Tra questi, emergono anche notevoli differenze nel numero di sostantivi citati, ad esempio si può passare dall’autorevole “Sustainability Glossary” dell’Università di Yale composto da 139 lemmi all’eco-glossario italiano del sito InformAmbiente con ben 2197 voci. Il nostro paese ha infatti prontamente risposto alle istanze del rispetto ambientale moltiplicando e componendo nuovi vocaboli, spesso anteponendo “bio” od “eco”; sull’onda dello stesso entusiasmo abbiamo assistito anche alla proliferazione di innumerevoli bio-prodotti con i nomi più fantasiosi nonché alla creazione di nuove eco-aziende che, in qualche singolo caso, hanno poi dimostrato di possedere un’anima ecologista solamente nel nome. Infatti, se l’impegno di un paese nei confronti della salvaguardia ambientale fosse direttamente proporzionale al numero di parole, nello specifico campo, impiegate e coniate, probabilmente l’Italia sarebbe ai primi posti nel mondo, ma la realtà dei fatti dimostra ben altro. Molte, anzi moltissime cose bisogna ancora fare per fondare una coscienza rispettosa dell’ambiente nel nostro paese che sia indifferenziata sul territorio e venga così superato il divario esistente tra le diverse regioni. La situazione italiana, relativamente all’applicazione dei trattati sull’ambiente, è purtroppo molto disomogenea: abbiamo tra le regioni l’eccellenza del Trentino Alto Adige che, grazie alle caratteristiche climatiche simili alla Germania, ne ha assunto le soluzioni innovative, tra le quali la “Passive House” ne è un esempio tra i più noti. In questa marea di parole, lemmi e terminologie è possibile individuare poche e semplici voci che, utilizzate per la divulgazione delle tematiche della sostenibilità, ne possano diventare delle vere “alleate”?

Iniziamo con “ecologia”, un termine oggi utilizzato a piene mani, ma che fu in origine coniato dal biologo tedesco Ernst Haeckel nel lontano 1866; l’ecologia deriva dal greco οίκος, oikos, "casa" o anche "ambiente" e λόγος, logos, "discorso" o “studio” ed è la disciplina che studia la biosfera, ossia la porzione della Terra in cui è presente la vita e le cui caratteristiche sono determinate dall'interazione degli organismi tra loro e con l’ambiente circostante, o ancora porzioni della biosfera medesima. É però la definizione di ecologia di Charles Krebs (1972) che meglio rispecchia il concetto corrente di “ecologia” come “lo studio scientifico delle interazioni che determinano la distribuzione e l'abbondanza degli organismi''. La trattazione prosegue con le definizioni di sostenibilità e di sviluppo sostenibile osservando come anche i significati non restino immutati nel tempo, ma assumano connotazioni ogni volta più articolate e complesse.

La sostenibilità è secondo J.R. Hichs: il "massimo ammontare che una comunità può consumare in un certo periodo e rimanere, tuttavia, lontana dall'esaurimento delle risorse come all'inizio". Una prima definizione di “sviluppo sostenibile” viene indicata, nel rapporto di Gro Harlem Bruntland (Presidente della Commissione Mondiale su Ambiente e Sviluppo) del 1987, come lo "sviluppo che risponde alle necessità del presente, senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare le proprie esigenze". Una successiva definizione di “sviluppo sostenibile”, in cui è inclusa invece una visione più complessiva, è stata fornita, nel 1991, dal World Conservation Union (WCU), UN Environment Programme (UNEP) e dal World Wide Fund for Nature (WWF), che lo identifica come “un miglioramento di qualità della vita, senza eccedere la capacità di carico degli ecosistemi di supporto, dai quali la vista stessa dipende”.

Nel 1994 nel documento relativo al Local Agend 21 Model Communities Programme, promosso dall’ ICLEI (International Council for Local Environmental Initiatives), lo “sviluppo sostenibile” è individuato come lo "sviluppo che offre servizi ambientali, sociali ed economici di base a tutti i membri di una comunità, senza minacciare l'operabilità dei sistemi naturale, edificato e sociale da cui dipende la fornitura di tali servizi". Ma è con la dichiarazione universale dell’UNESCO sulla diversità culturale, adottata all'unanimità a Parigi durante la 31esima sessione della Conferenza Generale dell'UNESCO (Parigi, 2 novembre 2001), nella quale si afferma che “la diversità culturale è, per il genere umano, necessaria quanto la biodiversità per qualsiasi forma di vita” ed inoltre “la diversità culturale amplia le possibilità di scelta offerte a ciascuno; è una delle fonti di sviluppo, inteso non soltanto in termini di crescita economica, ma anche come possibilità di accesso ad un'esistenza intellettuale, affettiva, morale e spirituale soddisfacente”. Con questa importante dichiarazione dell’UNESCO la diversità culturale, in quanto valore irrinunciabile dell’umanità, è da far rientrare insieme al sistema naturale, sociale ed economico tra le caratterizzazioni dello sviluppo sostenibile. Non solo è fondamentale avere ben chiaro che cosa si intende come sviluppo sostenibile, ma è anche importante determinare degli indicatori in grado di fornire specifiche sui diversi livelli di sostenibilità raggiunti.

L'indice di sostenibilità ambientale (Environmental Performance Index), (EPI) è invece un metodo per quantificare numericamente le prestazioni ambientali di un paese. Questo indice è stato sviluppato dal Pilot Environmental Performance Index, pubblicato dal 2002, e progettato per integrare gli obiettivi ambientali delle Nazioni Unite. Questo indice è stato sviluppato dalla Yale University e dalla Columbia University in collaborazione con il Forum economico mondiale ed il Centro comune di ricerca della Commissione europea. Dal gennaio 2008 l'EPI ha emesso due rapporti: il Pilot 2006 Environmental Performance Index e l'Indice di sostenibilità ambientale. Con l’Indice di sostenibilità ambientale si chiude questo breve excursus sulle parole del sostenibile e sulla trasformazione nel tempo dei loro significati.

Le città diversamente vivibili

Le città diversamente vivibili

di Maria Grazia Capra

Oggi è necessario e possibile superare i dogmi “modernisti” su cui si fondano le normali pratiche dell’architettura e dell’urbanistica. Da decenni questo modo di costruire le città ha dimostrato la sua incapacità di dare origine ad un ambiente urbano migliore. La crisi delle metropoli che ne è seguita si manifesta in modi diversi, dall’inquinamento alla disintegrazione sociale, dall’inefficienza dei servizi ai problemi di accessibilità, dalla sicurezza al controllo del territorio. Dopo l’idea della città “pubblica”, della città “moderna e funzionale”, e del più recente modello della città “sostenibile”, quello che si deve tornare a chiedere ad un centro urbano è di essere semplicemente vivibile. Non è tecnicamente impossibile nè economicamente irrealizzabile. È solo una scelta politica aperta verso un futuro ancora tutto da costruire. Si può fare, e si può fare diversamente. Non è detto che la città debba continuare ad espandersi per ampliamenti privi di centro e identità. Non è detto che i suoi margini debbano essere sempre più indefiniti e frammentari.

Non è detto che l’edilizia economico-popolare debba essere alienante come l’abbiamo sempre conosciuta. E non è detto che un nuovo intervento architettonico non possa contribuire a restaurare l’immagine urbana. L’attualità è la città tradizionale, poiché “l’unica parte veramente moderna della città è il centro storico”.

Le esperienze di rinascimento urbano in diversi paesi dell’Europa e negli Stati Uniti, dimostrano nel concreto che “si può fare” e che, di fatto, si sta facendo. Il mensile Monocle, fondato poco più di un anno fa da alcuni dei più noti giornalisti nazionali, propone la graduatoria delle 25 città più vivibili del mondo ed ha stabilito dei criteri particolari: le solite statistiche, sì, ma anche quello che per la sua redazione è importante, come la bassa criminalità, buone scuole e buoni ospedali pubblici, tolleranza verso la diversità e quel "certo non so che", come diremmo in Italia, che spinge il trend di un luogo verso l'alto anziché verso il basso. Ne viene fuori un elenco che, se in parte è prevedibile e rispetta il canone di quello che ci si può aspettare, per certi aspetti è sorprendente e originale. Per cominciare, mancano due metropoli che di solito sono sempre in tutte le classifiche di questo tipo: New York e Londra. Troppo costose, troppo classiste, troppo orientate su istruzione e sanità privata. Restano alla moda, tutti i turisti ci vogliono andare in vacanza (specie gli italiani), ma appunto rischiano di perdersi qualcosa di meglio, che è altrove. E poi: il punto della lista di Monocle non è trovare le città più affascinanti per i turisti ma quelle dove vivono meglio i residenti. Ecco allora la graduatoria. In testa Copenaghen, capitale della Danimarca: bella, intelligente, proporzionata, a misura d'uomo, con senso dell'umorismo, sensibile ai problemi dell'ambiente, con buoni trasporti, buone scuole pubbliche, buoni ospedali, buoni ristoranti, poca criminalità, grande cultura e meno pioggia e freddo di quanto uno si aspetterebbe. Una città a misura d'uomo, con tanto verde, ma anche tanti incentivi per il business. Al secondo posto Monaco di Baviera: stretta tra il boom di Berlino e i progressi di Dresda, sembrava candidata a entrare in crisi, invece rimane la più vivibile, divertente, cosmopolita città tedesca. Al terzo, a sorpresa, Tokyo: una megalopoli che funziona come un orologio svizzero, veloce e lenta al tempo stesso, capace di smentire gli stereotipi su se stessa. Poi seguono i "soliti noti", ovvero le città che sono famose per la loro buona qualità della vita: Zurigo e Vienna, Helsinki e Stoccolma (la dolce vita nordica), Vancouver e Montreal, Sidney e Melbourne (tutti vorrebbero vivere in Canada e Australia, se non fossero uno freddo e l'altra lontana), Madrid e Barcellona. Altre sorprese: Honolulu (non solo spiagge e surf). Poi, Fukuoka, in Giappone, la capitale dello shopping con le misure giuste. Infine, Minneapolis: la città emergente degli Stati Uniti. In classifica ci sono anche Parigi (decimo posto), Amsterdam (diciottesimo), Kyoto (ventesimo), seguita da Amburgo, Singapore, Ginevra, Lisbona e Portland (quella dell'Oregon, una specie di San Francisco un po' più settentrionale). A proposito, San Francisco è un'altra assenza di rilievo dall'elenco. Non ci sono né Roma, né Milano. Siamo, insieme alla Grecia, l'unica grande nazione europea assente dall'elenco. La consolazione è che la prima delle non-elette è Genova. Forse l'anno prossimo, scrivono i redattori di Monocle, sarà entrata fra le "top 25", così come le altre "quasi" classificate: Buenos Aires, Istanbul, Beirut e Phnom Penh. Le venticinque città più vivibili del mondo più altre cinque, resta solo da decidere in quale trasferirsi.

Le periferie urbane "paesaggi umanizzati"

Le periferie urbane "paesaggi umanizzati"

di Marco Cuomo

L’umanizzazione del paesaggio urbano attraverso la “…trasformazione come processo protratto nel tempo...” (P. Eisenman) è un contributo culturale indispensabile per una ricerca analogica dei principi evolutivi, che innescano una mutazione eco-sostenibile dell’architettura. “...Perché oggi l’architettura deve appartenere al contesto..., altresì dobbiamo armonizzare i differenti e autonomi frammenti di non-città in un tessuto urbano aggregante...” e non repellente; “...bisogna lottare contro la mercificazione del nostro pianeta...” e “.... le tre ecologie sociale, culturale, materiale...“ (L. Kroll) sono gli strumenti traduttori per determinare le scelte sociali e politiche volte ad arginare le lacune e le deformazioni ambientali ereditate dalla cultura modernista. Bisogna avere il coraggio di scardinare questo bubbone figlio della deregulation, immorale assemblaggio di pezzi metropolitani i cui flussi erratici e non-luoghi incancreniscono e sgretolano l’identità collettiva del paesaggio urbano. Attenzione agli anatemi sgarbiani forieri solo di luoghi comuni che trasformano le periferie come tavolozze dove “gli architetti potrebbero fare cose formidabili” (Costruire num. 227), le nostre periferie hanno bisogno di cose semplici, e non formidabili, che sono il risultato di una attenta ricerca metodologica del processo costruttivo e non cernesse di forme o di volumi griffati.

         Le utopie fattibili, di cui parla Aldo Rossi, consentono agli architetti nella realtà costruita di modificare e di umanizzare la macchina abitativa di Le Corbusier, al fine di recuperare e rigenerare il landscape geografico della città.

         “...Tutto é paesaggio...” sostiene il maestro belga dove l’architettura delle differenze trova un equilibrio naturale e non inquinato “dall’ostinazione modernista” a cui i maledetti architetti contemporanei, citati nel libro di Tom Wolfe, hanno guardato al modello funzionale. Risulta scelta efficace e trainante la riqualificazione del tessuto urbano apatico della città diffusa tramite un operazione di ri-montaggio, che sposa la tesi già esposta da Colin Rowe nel suo libro “Collage city” (1981), in cui si attribuisce all’atto costruttivo la capacità del montaggio per creare un architettura umana, la quale si avvale anche dei principi di Christofer Alexander precursore nell’indicare come metodo evolutivo un lavoro di équipe tra architetto e utente nelle fasi esecutive del cantiere. Progettisti come P. Hubner ribadiscono oggi attraverso la loro opera l’indispensabile necessità di un lavoro partecipativo, ammonendo gli architetti colleghi di non cadere “...nella tentazione di credere che senza di loro non si riuscirebbe a costruire...”.

         Il dialogo tra l’uomo e lo spazio in cui quotidianamente abita, garantisce l’armonia e la qualità del vivere, un bene che è la ragione stessa della vita; l’offerta di aree aperte con funzioni di luoghi aggreganti deve avere una priorità assoluta. La piazza come spazio pulsante (cuore) di un contesto costruito in cui la natura é protagonista, si introduce l’idea della strada giardino, cara a Ponti, e generatrice di un paesaggio urbano non più schiavo della lava grigia di cemento ed asfalto “...I progetti dovranno mirare alla qualità del contesto...” (P. Lefevre).

         Il ricomporre le periferie partendo dai “rottami” e non dalle “rovine” di V. Gregotti “Architettura, tecnica e finalità” (2002) risulta senz’altro una sfida difficile, ma necessaria, vitale, per riuscire a dare delle risposte concrete e non solo teoriche. La lezione di L. Kroll, pioniere dell’architettura partecipativa ed ecologica non deve essere accantonata in fondo ad un cassetto, ma continuata e implementata con l’aiuto di nuove bio-tecnologie ed aggiornate metodiche progettuali. La recente opera di villaggio urbano ecocompatibile (B. Dunster) ubicata nella periferia urbana di Londra fa ben sperare (VilleGiardini num. 284) sulla preparazione professionale delle giovani generazioni di architetti. L’azione di ricostruire delle ecologie urbane risulta determinante nel concetto di definire “l’utopia praticabile” introdotta dal maestro belga, che vuole determinare la complessità dell’architettura come ricchezza innata del sito urbano e utilizzare la spontaneità come metodo evolutivo progettuale per costituire un’immagine vivibile della realtà costruita e direttamente codificata dal DNA del contesto. Il processo spontaneo, che non interviene mai forzatamente sulla morfologia del luogo, ma interagisce emotivamente coi fatti quotidiani, propone elementi costruttivi con dimensioni equilibrate e materiali ecologici, che ben si rapportano con la tradizione costruttiva regionale e con i modelli architettonici locali.

L’obiettivo é di conservare una continuità geografica del paesaggio antropico, al fine di stabilire un confronto evolutivo tra ambiente e progetto. Questo principio si integra con il pensiero di James Wines fondatore del gruppo americano dei Site, che con il concetto di contestualizzazione applicato all’architettura propone una ricerca environmental sul paesaggio, evidenziando il rapporto tra uomo e ambiente e creando così un’architettura composta di acqua, aria, terra e luce. Il riconoscere all’abitante del sito, il potere di prendere decisioni, il diritto a modificare il luogo in cui vive, rinforza ulteriormente questo legame inscindibile tra persone e il genius loci.

L'equosostenibilità nella quotidianità

L'equosostenibilità nella quotidianità

di Simona Calissano

E’ trascorso poco più di un anno dalla scomparsa di Mario Rigoni Stern, il Sergente dell’Altopiano di Asiago, scrittore noto soprattutto per i suoi racconti di guerra, ma anche per il suo rapporto con la natura. Nei libri e nei numerosi articoli pubblicati su “La Stampa” lo scrittore ci ha restituito la storia degli uomini, della terra, degli animali con singolare sensibilità, chiarezza e umiltà. Il suo stile è sempre stato sobrio ed essenziale, riflesso di un suo modo d’essere quotidiano, “montanaro” sino al midollo.

Per Rigoni Stern osservare la natura significa prendersene cura, con impegno e fatica. Sempre realistici, i suoi scritti risultano privi di quella retorica bucolica che a volte connota l’approccio dello spettatore-cittadino. Da essi traspare piuttosto una pura amorevolezza: l’ambiente è casa. Una casa in cui il tempo viene scandito attraverso le stagioni e la solidità morale ne costituisce le fondamenta; proprio le riflessioni sul ritmo naturale, cioè ciclico, costituiscono forse le sue pagine più belle, di certo uno dei temi più amati, il metodo dello scrittore per fare memoria. Scrivere non è tanto e non solo un’opera intellettuale, quanto un lavoro da artigiano: la scrivania si chiama semplicemente tavolo e questo è sempre posto davanti alla finestra, a saldare il legame indissolubile con la natura viva.

Le annotazioni, le impressioni sono tratte dall’esperienza diretta, dal contatto, dal lavoro, quindi mai liriche o sognanti, anche se cariche di ricordi spesso anche dolorosi. I racconti di Rigoni Stern sono piuttosto “favole pedagogiche”, destinate a trasmettere un insegnamento e quindi narrate con precisione, facendo attenzione ai particolari, ai nomi, ai comportamenti e alle interazioni fra ambiente umano, animale e vegetale.

Il suo è un modo pulito, dignitoso, attento di muoversi nel mondo e di relazionarsi con esso, nel rispetto reciproco – in nessuna delle sue memorie della seconda guerra mondiale compare mai la parola “nemico” – basato soprattutto sul lavoro soprattutto manuale. Coltivare l’orto è una metafora della vita, è come scrivere un bel racconto. E’ frutto di conoscenze scientifiche specifiche, del sapere degli anziani e di un’etica personale molto radicata, in base alla quale ogni cosa deve essere fatta per bene. “Ogni giorno, risvegliandoci, dovremmo avere un unico pensiero: cercare di far bene quanto ci attende” ha affermato Rigoni, indipendentemente da cosa, perché solo dall’azione ben fatta ricaveremo sempre il nostro benessere (e non solo nostro). Così la stessa arte della manutenzione si eleva a stile di vita, esprimendo il profondo rispetto verso le cose, il proprio “stare in vita con il mondo” con laboriosità e sensibilità.

Fra i numerosi temi naturali che costellano l’opera del Sergente vorrei sottolineare la predilezione per gli alberi, ai quali egli ha dedicato uno dei suoi libri più suggestivi: “Arboreto salvatico”. Non selvatico, ma salvatico, perché gli alberi sono stati per lui fonte di guarigione quando, appena rientrato dalla traumatica esperienza della guerra di Russia, avevo perduto fiducia negli uomini. Camminare fra i boschi lo riportò alla vita: “Andavo solo, con i ricordi che premevano sul cuore, ponendomi molti perché. Mi accompagnavano gli spiriti degli amici che non erano ritornati a baita. «Perché mi avete lasciato solo?» chiedevo. Ma loro erano benevoli, sorridevano: «Noi siamo sempre con te. Non devi avere rimorsi per essere ancora vivo. Racconta, fai sapere»”(1). Dall’amato Larice alla leggiadra Betulla, Rigoni Stern ha raccontato gli alberi nei loro aspetti botanici e ambientali, senza tralasciare le leggende e le influenze della cultura popolare, mischiate ai ricordi personali di bambino e di uomo. “Chi conosce la scienza – scrisse – sente che un pezzo di musica e un albero hanno qualcosa in comune, che l’uno e l’altro sono creati da leggi egualmente logiche e semplici”. E ancora: “Com’è bene ciò che è forestale! Ora, con il terreno coperto da tanta neve, gli alberi appaiono diritti, solenni e vivi si perdono nella profondità del cielo come silenziosa preghiera” (2). Non a caso soleva definire il bosco “la cattedrale del creato”. La particolare sensibilità nei confronti delle piante lo accomuna a Elzéard Bouffier, “L’uomo che piantava gli alberi” nella bella storia di Jean Giono. Il loro mondo, infatti, non si traduce in un malinconico ritorno al passato, quanto in una volontà di riconciliare l’uomo con la natura, affinché possa tornare a vivere con lei e non contro, o separato da lei: un messaggio di rinnovamento e di vita che il Sergente ci ha lasciato come monito e testamento.


1) Mario Rigoni Stern, Luci al neon sul mio presepe, in “Le vite dell’Altopiano”, Einaudi 2008, p. 559.

2) M. Rigoni Stern, Stagioni, Einaudi 2006, pp. 17-18.

Pensieri e riflessioni sul concetto di sostenibili...

Pensieri e riflessioni sul concetto di sostenibilità

di Federico Morchio

Ci è capitato di dover riprendere in mano un testo di tecnica bioclimatica intitolato “Building for energy conservation” (“edifici per la conservazione dell’energia”) scritto da Peter Burberry e pubblicato in Gran Bretagna nel 1978. Rileggere l’introduzione ed il primo capitolo ci ha stupito non poco. Lo stupore è derivato dallo scoprire come frasi scritte oltre trenta anni fa siano drammaticamente attuali anche oggi dopo oltre un quarto di secolo, dall’osservare come i problemi energetici fossero allora già ben noti e delineati e dal verificare quanto poco sia stato fatto, in seguito, per dar loro una soluzione alternativa e futuribile.

Ci pare quindi interessante riportare alcune frasi che ci hanno colpito, che ci hanno fatto riflettere e che speriamo facciano riflettere anche il lettore.

Nel primo paragrafo del primo capitolo si legge: «Per molti anni le persone consapevoli dei problemi ambientali ci hanno avvertito che le risorse naturali si stavano rapidamente esaurendo [che] i paesi dell’OPEC avrebbero bruscamente rialzato i loro prezzi con l’aumentare della domanda di petrolio e della dipendenza da esso. E’ perciò sorprendente osservare come l’intera classe politica [NdR: britannica di allora, ma per estensione anche la nostra di allora ed odierna] sia stata manifestamente colta di sorpresa dalla recente [nel 1978] crisi del petrolio e come il paese [Gran Bretagna] ne fosse totalmente impreparato.»

Più avanti nel capitolo si legge: «Non c’è alcun dubbio che i nuovi edifici possano essere progettati in modo da usare meno energia e che gli edifici esistenti possano essere notevolmente migliorati sotto questo aspetto […] via via che i prezzi aumenteranno i proprietari e i locatari degli edifici e, a tempo debito, i progettisti cominceranno a tenere maggiore conto dell’economia di energia.» L’autore spiega poi come la spesa energetica assuma poca influenza sul bilancio economico di chi costruisce case da vendere/affittare o edifici commerciali o per uffici poiché il costruttore non paga direttamente tali costi che invece sono a carico degli acquirenti o degli affittuari. Burberry termina il discorso affermando: «Perciò coloro che inevitabilmente sono i responsabili delle decisioni per la conservazione dell’energia hanno un interesse personale insufficiente a incoraggiare una buona progettazione per la conservazione dell’energia». Cosa che è accaduta (ed ancora oggi accade) sistematicamente anche da noi interessando un’ulteriore categoria di persone: coloro che si sono fatti progettare e costruire la propria casa.

Sul tema dell’approccio al progetto Burberry aggiungeva: «Sono necessari provvedimenti molto più sofisticati del controllo della trasmittanza termica “k” (ovvero della caratteristica fisico-tecnica che indica la maggiore o minore capacità dei materiali ad essere attraversati dal flusso di energia termica ovvero la maggiore o minore capacità di dispersione) e nessuno di essi è stato fino ad ora escogitato.». Allo stato attuale, 30 anni dopo, la trasmittanza è restata, soprattutto in Italia, l’elemento principale di verifica utilizzato dalla maggioranza dei tecnici in fase di progettazione. Anzi il fatto che la legge abbia recentemente abbassato il valore di “k” è da molti di essi, troppo spesso, definito come un elemento di “disturbo” per il costruire “comune” a dimostrazione di un elevato e diffuso stato di non-cultura tecnico-progettuale in chiave di valutazione/conservazione energetica.

Burberry in un sottocapitolo intitolato “Scadimento della progettazione” scriveva:«In un’epoca in cui per controllare l’ambiente vengono usati impianti altamente sofisticati è deprimente rendersi conto che per tanta parte della storia gli edifici stessi erano esempi altamente avanzati delle scienze applicate, raggiungendo alti livelli di rendimento anche quando i progettisti non riuscivano [NdR: con le conoscenze tecnico-scientifiche e con gli strumenti in loro possesso] a definire o a quantificare i fattori di cui tenevano conto. Ora che gli architetti progettano consapevolmente in termini termici la qualità dei progetti è scaduta e si accettano come facili soluzioni progettuali impianti costosi e alti costi di esercizio.»

Ebbene non ci pare di sbagliare affermando che in trent’anni in Italia è cambiato molto poco, mentre in Gran Bretagna (ma non solo), sul piano della consapevolezza energetico-progettuale sono stati fatti interessanti passi in avanti. Noi siamo indietro, e molto. E allora, se gli input nel muovere verso edifici non energivori (ma che allo stesso tempo osservino anche le “sane” regole per l’ottenimento di condizioni di benessere ambientale, non dimentichiamolo!) non partono direttamente dal legislatore perché non farli arrivare ai progettisti direttamente dai committenti ovvero da coloro che oltre a pagare saranno gli utilizzatori finali degli immobili realizzati?