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Editoriale

L'acqua, un bene comune gestito da privati

L'acqua, un bene comune gestito da privati

di Matteo Dell'Antico

Il pianeta rimarrà probabilmente a secco, peccato che ce ne siamo accorti troppo tardi. Per colpa dell’inquinamento e della crescita demografica le risorse idriche pro capite negli ultimi trent'anni si sono ridotte del 40 per cento e nel 2020 tre miliardi di persone non sapranno più cosa bere. "Il whisky è per bere, l'acqua per combattersi", diceva Mark Twain e tra qualche tempo le guerre per l’ “oro blu” potrebbero essere molto più comuni di quanto non si possa oggi immaginare. Ma il problema della privatizzazione dell’acqua non riguarda solamente le zone più aride e povere del pianeta dove la questione idrica è sempre servita ad alimentare la propaganda di regimi nazionalisti. I conflitti per il dominio sull’acqua esistono anche negli stati industrialmente più sviluppati, Europa compresa, dove in questi tempi di crisi gli stati non riescono più a sopportare le spese e la tendenza generalizzata è quella di privatizzare. Se andiamo avanti di questo passo il risultato sarà molto semplice: oggi il pubblico non ce la fa più a sopportare i costi di gestione e di conseguenza è costretto a cedere al privato che però, causa i prezzi alle stelle, rischia di mettere in ginocchio i cittadini. Gli enti locali hanno ormai aperto definitivamente le porte di questo nuovo mercato ai privati mantenendo la proprietà dell'acqua ma affidandone a terzi la gestione industriale. Nel nostro Paese cadono in media 296 miliardi di metri cubi all'anno di pioggia (per il 42% al nord) cifra che ci mette al sesto posto nel continente dietro Francia (485), Norvegia (470), Spagna (346) e vicini a Svezia (313) e Germania (307). Al netto dell'evaporazione e dei deflussi abbiamo accesso a 157 miliardi di metri cubi (3mila l'anno per abitante). Un tesoro dal valore inestimabile sul quale non solo tutti cercano di mettere le mani ma che nello stesso tempo nessuno riesce ad amministrare correttamente visto che la maggior parte dell’acqua non riesce ad essere raccolta e si perde nei fiumi del sottosuolo. Senza contare poi che molti dei litri che vengono condotti nei tubi degli acquedotti vengono poi dispersi senza mai uscire dai nostri rubinetti. E’ stata calcolato in maniera ottimista che in una città del nord Italia di media grandezza vengono persi ben undici litri su cento. Da tutti questi ragionamenti si può facilmente capire come l’acqua oggi venga definita l’“oro blu” del nuovo millennio, un patrimonio indispensabile per la vita futura e sul quale tutti cercano di mettere le mani con il rischio di innescare un processo di conflitti per il quale, fino ad ora, in molti stanno già pagando.